domenica 24 settembre 2017   

Approfondimento

  
Omelia del 4-6-2013 - verifica dell'anno

 


 

Omelia del 4 Giugno 2013 inizio della Verifica anno 2012-2013
 
Partiamo dal Vangelo di oggi; vorrei, come altre volte, che non fosse una semplice partenza, ma una indicazione di metodo, di strada da cercare e seguire. La prima verifica che tutti dovremmo fare è se ascoltiamo il Vangelo
 
Restituire è il verbo decisivo in questa paginetta dove Gesù è provocato dai farisei e dagli erodiani, nemici giurati, ma instancabili a cercare insieme di uccidere Gesù
E’ un Vangelo che ci pone anche una domanda di fondo. Pagare, infatti, significava riconoscere la signoria dei romani; noi a chi paghiamo il tributo? E quindi a chi attribuiamo il potere sulla nostra vita?
 
Restituire è un verbo che riguarda anche Dio Padre che vede nel segreto e ti ricompensa della preghiera dell’elemosina e del digiuno (Mt 6, il Vangelo che ascoltiamo il mercoledì delle ceneri)
 
Riguarda anche il giudizio finale: il Figlio dell’uomo restituirà a ciascuno secondo le sue opere (Mt 16,27)
 
C’è anche nella Parabola del creditore che non perdona (Mt 18) e nella parabola degli operai chiamati al lavoro nella vigna e nella parabola dei vignaioli omicidi
 
27,58 Pilato restituisce il corpo di Gesù
 
Lc  7,42 nella parabola del perdono ; 9,42 Gesù restituisce il figlio guarito al padre
 
10,35 parabola del buon samaritano
 
19,8 nel discorso di Zaccheo
 
E’ insomma un verbo altamente relazionale
 
Facciamo l’ipotesi che possa descrivere la vita anche all’interno della nostra comunità, ma anche in tutta la Chiesa
 
Rendete a Dio quello che è di Dio
 
Significa aver prima di tutto capito che Dio ti dona, ti ha dato Lui per primo qualcosa
Bene: partiamo da qui. Cosa ha dato a noi Dio? Tanti difetti, ma anche tanti doni; sappiamo riconoscerli sia in noi che nella vita degli altri? Tutti, o quasi tutti, coloro che arrivano dall’esterno a contatto con la nostra comunità si stupiscono di tantissime cose belle, alle quali, forse, noi abbiamo fatto l’abitudine. Come mai? Non farò l’elenco delle cose belle della nostra parrocchia; vorrei che fosse un esercizio che fate ognuno personalmente.
 
2° punto: significa non pensare a noi stessi al nostro individualistico interesse ma solo a restituire quello che ci è dato
 
Al termine del suo libro sulle diseguaglianze, il premio Nobel per l’economia Stiglitz lo mette in evidenza con straordinaria chiarezza riferendosi al pensiero di Alexis De Tocqueville che “considerava uno degli elementi fondativi del genio peculiare della società americana come ‘l’interesse personale propriamente inteso’. La chiave sta nelle ultime due parole. Ciascuno possiede un interesse personale in senso stretto: voglio quel che è bene per me ora! L’interesse personale ‘propriamente inteso’ è diverso. Significa comprendere che prestare attenzione all’interesse personale degli altri – in altre parole, al benessere comune – è di fatto condizione imprescindibile per il proprio vero benessere (…) Quei furbi degli americani capivano una cosa fondamentale: prestare attenzione agli altri non fa soltanto il bene dell’anima, fa bene anche agli affari”.[1]
 
 
Significa giocare di fede donando senza chiedersi cosa succede al nostro patrimonio; abbiamo appena celebrato la solennità del Corpo e Sangue del Signore. Il Vangelo ci ha ancora una volta raccontato l’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Gesù sollecita i suoi discepoli a dar loro da mangiare alla folla; essi esitano. Dobbiamo noi assumerci questo incarico? Troppo gravoso in questo deserto. Ma qualcuno decide di mettere a disposizione cinque pani e due pesci; nella redazione di Gv 6 è un fanciullo che fa questo. Decide di rinunciare a possibili guadagni per mettere nella mani del Signore quello che aveva. Il risultato è una sovrabbondanza assoluta: avanzano dodici ceste. Significa rinunciare alla modalità possesso che sempre scatta nella nostra testa.
 
Significa giocare di speranza: la nostra tentazione, che nasce dal sentire gli altri non come fratelli, ma come avversari, è quella di basare sulle nostre forze il nostro futuro, mai su quelle di qualcun altro. Eppure quanto ci converrebbe! Possiamo aumentare il nostro conto in banca ma non possiamo aggiungere un giorno solo alla nostra vita. Solo in Dio confida l’anima mia!
 
Significa giocare di carità vera: donare per il gusto di donare, donare sapendo che a noi sopravvivrà solo quello che abbiamo donato. E’, forse, inutile ricordare Mt 25, ma ci fa sempre bene avere in mente che il Signore ci farà l’esame solo su quello che abbiamo donato agli altri, solo su come ci siamo curati dell’altro.
Emmanuel Lévinas; nel suo pensare è messa al centro la parola responsabilità e, quindi, “la responsabilità per l’Altro diventa la struttura essenziale, primaria, fondamentale della soggettività. (…) Io sono in quanto sono per gli altri. Essere e essere per gli altri sono in pratica sinonimi”.[2] Il volto dell’altro mi chiama fuori dall’isolamento dell’esistere. “Se obbedisco a questo volto dell’altro non è per il potere dell’altro ma per la sua debolezza.”[3] Il fondamento del mio agire deriva dall’impossibilità di sottrarmi alla ricerca della felicità sia mia che dell’altro: “io posso sostituirmi a tutti, ma nessuno può sostituirsi a me: è questa la mia inalienabile identità di soggetto.”[4]
 
Quale comunità potrebbe nascere da queste virtù, fede speranza carità, vissute in questo modo, vissute nella logica del restituire?
Una comunità gratuita: dono e basta
Una comunità leggera: nessuno ha qualcosa con sé ma tutto viene restituito, rimesso in circolo
Una comunità spensierata: guardate i gigli del campo; non si preoccupano di certo, ma il Padre provvede a tutti
Una comunità non di amici, ma di fratelli. Gli amici li scegli e, con quasi assoluta certezza, ti abbandonano, a meno che non li abbia prima abbandonati tu. I fratelli lo sono per sempre; è vero, puoi non occupartene, ma restano e basta.
Una comunità dove sia possibile gioire delle gioie degli altri; la qual cosa mi sembra il vertice delle relazioni.
 
Mi ha impressionato, nel ripensarci, la serata su Guccini. Abbiamo iniziato e terminato con le stesse canzoni con cui iniziano e terminano i suoi concerti: In morte di S. F. e La locomotiva. Mi ha impressionato perché si parla di due morti giovani; la prima è una morte umanamente senza senso, contro la quale si grida di rabbia; la seconda lascia una traccia, che altri possono seguire.
La nostra scelta come singoli è tra queste due morti, non possiamo scegliere di non morire; possiamo scegliere quale significato dare, attraverso la nostra morte, alla nostra vita. La Chiesa è la riunione di persone che decidono di morire per amore; o, meglio, decidono di amare fino a morire.
Anche per questo occorre ascoltare e amare le ferite del mondo, tutte le ingiustizie che ci sono: nel lasciare una traccia, nello scegliere quale traccia lasciare nel mondo troviamo il senso del nostro vivere. Credo che tutti sappiamo che, con tutta probabilità, il momento di maggior intensità nella nostra vita insieme è stato tutto quanto ci ha fatto vivere Simone: una scia di luce lascerai, una scia di luce lascerai.
 
Diventano, allora, in quest’ottica importantissime anche le parola a Cesare quello che è di Cesare: il mondo attende qualcosa da noi e non attende incomprensioni del livello: mi ha salutato, non mi ha salutato, quello è antipatico o meno …
Siamo cristiani e quindi non semplicemente seguaci di una persona che come soprannome ha Cristo, ma siamo discepoli del Messia, del Cristo, chiamati convocati e inviati nel mondo per preparare i tempi del compimento del tempo. Tutto è compiuto, dice Gesù sulla croce. Il tempo si è fatto breve … d’ora in poi vivano come non … noi come viviamo?
Ma siamo anche i costruttori della città dell’uomo nuova, anticipo della Gerusalemme che scende dal cielo che porta a pienezza tutta l’umanità. I nostri limiti sono, quindi, i limiti nei quali il Signore riversa la sua grazia; è la vera dimostrazione che la Chiesa ha una natura divina andare d’accordo sapendo che umanamente non potremmo mai farlo.
I limiti, le fatiche e forse anche i peccati (se non della chiesa) dei discepoli del Signore sono la vera occasione per mostrare a noi e al mondo che agisce lo Spirito, lo Spirito di quel Gesù che ha offerto la vita, che ha restituito al Padre e a noi quella vita che ha iniziato con l’incarnazione.
Lo Spirito ha sempre una dimensione incarnatoria, non è uno spirito semplicemente spirituale, a cui facciamo dire e fare quello che vogliamo noi, nella ricerca di un altro, di un altrove rispetto alla nostra umanità. E’ la visita di Dio a quello che siamo. E’ la visita di Dio affinché si costruisca un luogo concreto carnale fisico dove comporre questa pienezza del Messia e le voragini che noi e tutta l’umanità presentiamo.
Il materiale che noi mettiamo a disposizione è ciò che ci è stato donato e che restituiamo.
 
Capisco che questa traccia possa sembrare un po’ vaga per una verifica; avete anche il materiale che è stato usato alla tre giorni al mare. Avete anche voi lo Spirito. Spero abbiate anche tempo e misericordia.


[1] J. E. STIGLITZ, Il prezzo della disuguaglianza. Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro. Einaudi, Torino, 2013, pag. 453.
[2] Z. BAUMAN, L’arte della vita, pag 154.
[3] Z. BAUMAN, L’arte della vita, pag 155.
[4] E. LEVINAS, Etica ed infinito. Il volto dell’altro come alterità etica e traccia dell’infinito, trad. it., Città Nuova 1984, pag. 97-99.

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